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Mafie, l’insospettabile lato oscuro del Canada. Aragona: “Le vie di Woodbridge come nella Locride anni ’90”

Le mafie in Canada? Esistono, eccome. Il Paese della “casetta piccolina con vasche, pesciolini e tanti fiori di lillà fiori di lillà” ha un lato oscuro fatto di criminalità organizzata e infiltrazioni mafiose. Del resto la nazione vanta una posizione geografica strategica, al punto da essere diventata uno snodo cruciale per i traffici di droga.

Si pensa che la mafia sia principalmente un problema italiano, in realtà le organizzazioni mafiose hanno saputo far crescere forti radici anche al di fuori dei confini nazionali. Ne è un esempio il Canada, Paese nell’immaginario collettivo tranquillo e sicuro, eppure nella sola Calgary ci sono state ben 126 sparatorie in un anno.

Le mafie in Canada in mano a famiglie siciliane e calabresi

Il Messico viene generalmente considerato un Paese pericoloso e insicuro, nonché una vera e propria minaccia per la serenità dei vicini Stati Uniti. Lo stesso non si può dire dell’altro Stato confinante con gli States, il Canada. Anche altrove, difficilmente il Canada viene visto come un Paese con problemi di sicurezza e criminalità. Eppure, proprio quella nazione ospita due potenti sodalizi criminali: il primo siciliano, è conosciuto come la Sesta Famiglia, è ubicato a Montréal, fa capo alla famiglia dei Rizzuto ed è attivo in particolare nel riciclaggio del denaro sporco attraverso attività alimentari e cimiteriali; l’altro calabrese, è chiamato Siderno group in onore del più importante ‘ndranghetista del Novecento, ‘Ntoni Macrì, che da Woodbridge, a nord di Toronto, comanda il narcotraffico occidentale.

Ma come è possibile che il Canada si sia trasformato in uno dei principali snodi del traffico di droga verso l’Europa e gli Stati Uniti? Lo abbiamo chiesto a Eleonora Aragona, responsabile comunicazione ed eventi di Human Hall (hub di tutela dei diritti umani dell’Università degli Studi di Milano), giornalista freelance e autrice del volume “Le mafie in Canada“, pubblicato da RCS all’interno della collana “Mafie. Storie della criminalità organizzata”.

Quando e come le mafie si sono infiltrate in Canada?

Le infiltrazioni hanno seguito le grandi ondate migratorie che dall’Italia hanno condotto i nostri connazionali in America, Canada, nei paesi nell’America Latina negli anni 20 e poi nel secondo dopo guerra. Stephen Schneider, un criminologo dell’Università di Saint Mary’s di Halifax, ha scritto una ricerca molto dettagliata sulla storia del crimine in Canada e ne ha ricostruito alcuni aspetti molto interessanti. Ad esempio, ha descritto come siano stati gli anni del Proibizionismo americano a rendere così attrattivo il Canada come base per alcune delle prime organizzazioni criminali. Le rotte del contrabbando di alcool, i metodi e le alleanze che hanno reso florido quel commercio illegale si sono poi consolidati quando si è passati al traffico di droga.

Quella italiana però in Canada non è che una parte della realtà criminale. Ci sono le gang di strada (tra le più forti al momento i Wolfpac e la West End gang), gruppi di criminali haitiani, i violentissimi Hells Angels), e le associazioni di delinquenti irlandesi e asiatici.

Perché il Canada è un territorio interessante per la criminalità organizzata?

Si tratta di uno degli ingressi principali allo sconfinato mercato americano per le famiglie del crimine. Le caratteristiche che hanno attirato l’attenzione delle mafie italiane, ma anche delle nuove leve delle gang street sono i suoi 9.000 km di confine con gli USA, i porti di interscambio di merci con Africa, Europa e Asia, un’economia florida e una legislazione meno dura verso i reati associativi di quella italiana. Un dato significativo per capire il differente approccio tra il nostro sistema di classificazione del crimine organizzato e quello canadese è contenuto nell’ultimo rapporto della Royal Canadian Mounted Police. In questo resoconto annuale troviamo la cifra astronomica di 2.000 associazioni di crimine organizzato, è difficile immaginare come – visti gli standard con cui gli investigatori italiani etichettano le organizzazioni – in queste migliaia di realtà possano coesistere piccole associazioni di ladri e truffatori e alcune delle più pervasive e pericolose organizzazioni del crimine internazionale.

C’è infine l’aspetto legislativo, la prima condanna in cui è stato riconosciuta l’esistenza della ‘ndrangheta in Canada è del 2019, a quasi un secolo dell’arrivo delle famiglie calabresi e siciliane sul territorio. È stata una sentenza che costituisce un simbolo.

Quali famiglie mafiose, proveniente soprattutto da Calabria e Sicilia, hanno trovato là la loro “little Italy” e quali sono gli esponenti di spicco che hanno trovato maggiore “fortuna” oltreoceano?

Possiamo immaginare il Canada come diviso in tre zone di influenza. L’Ontario, ed in particolare Toronto e i suoi sobborghi, sono il dominio delle famiglie di ‘ndrangheta provenienti dalla Locride – area del mandamento jonico calabrese. Tra le famiglie che secondo gli investigatori reggono il crimine calabrese in questa zona del Canada ci sarebbero da un lato le ‘ndrine Commisso e Figliomeni e dall’altro quelle Bruzzese e Coluccio (originarie rispettivamente di Siderno e di Marina di Gioiosa Ionica).

La città di Montreal e il Québec sono invece sotto l’influenza delle organizzazioni di origine siciliana, in particolare a reggere questo impero criminale sono sin dagli anni ‘80 i Rizzuto. Una famiglia originaria di Cattolica Eraclea, provincia di Agrigento, che per primi hanno ottenuto l’indipendenza mafiosa del territorio canadese indipendente dalle famose 5 Famiglie di New York, e che lo hanno reso ciò che è oggi.

C’è poi la zona di Niagara e di Hamilton in cui è in corso una lotta tra nuove famiglie di ‘ndrangheta, come i Musitano, e i precedenti reggenti del potere, i Luppino Violi, per conto delle famiglie di New York.

Parliamo di numeri, quanto è diffuso il crimine in Canada e quali sono gli “affari” più ambiti?

Come accennavo, i numeri dei rapporti non sono sempre così indicativi se non vengono contestualizzati. Ci sono però due numeri che penso possano dare una dimensione del fenomeno, Nel 2023 ci sono stati 14.416 casi di crimini violenti legati ad armi da fuoco, questo include sparatorie, traffici e vendette trasversali tra i gruppi del crimine. E solo nel 2023 sono stati registrati 156 omicidi e quasi 50 tentativi di assassinio. E non è stato neanche l’anno peggiore.

Per quanto riguarda gli affari in corso, come nel resto dei Paesi in cui sono presenti, continua ad essere impegnati nella distribuzione della droga che continuano ad essere il core business delle organizzazioni accanto alle scommesse clandestine, alla prostituzione e alla corruzione. Se da un lato c’è quest’anima “tradizionale” si fanno avanti le nuove frontiere del cybercrime e si possono tracciare nuove rotte per il riciclaggio dei proventi criminali.

I metodi usati sono diversi da quelli utilizzati in Italia o le modalità del crimine sono sempre le stesse?

Le organizzazioni del crimine italiano hanno una capacità di infiltrazione nella società e di nascondersi in bella vista. Questo le rende molto più pericolose delle gang di strada, che invece vengono respinte dalle comunità perché le riconoscono come corpi estranei e violenti.

Una differenza che forse vale la pena sottolineare il numero di omicidi compiuti dalle organizzazioni per il predominio in Canada negli ultimi 20 anni. In Italia per ritrovare lo stesso livello di violenza esibita per le strade occorre tornare indietro ai periodi delle stragi e delle guerre di mafia.

Nel libro si parla di saghe familiari e destini in un certo senso già segnati. La propensione al crimine sembra quasi essere ereditaria. È così e come si può intervenire?

È una domanda che chi si occupa di questi temi si fa spesso. Credo che le prime generazioni delle organizzazioni criminali abbiano fatto una scelta “libera” ed in questo senso irrevocabile, seppur possano esserci stati dei fattori ad influenzarli. Per chi invece nasce e cresce in contesti mafiosi il discorso è più complesso. Come ha dimostrato con il suo lavoro il giudice Roberto di Bella del Tribunale dei minori di Reggio Calabria. Di Bella ha deciso di limitare la potestà genitoriale in alcuni casi che vedevano coinvolti i rampolli di importanti famiglie di ‘ndrangheta. Questo “esperimento” ha dimostrato che non c’è nessuna ereditarietà, ma che è necessario affrontare il crimine organizzato sia con uno spirito repressivo che con un approccio che curi l’educazione e la cultura della legalità. È in definitiva un tema sociale, oltreché che di sicurezza.

In conclusione, vorrei parlare della genesi di questo libro. Come è nata l’idea di scrivere di mafie in Canada e perché è importante parlare delle mafie che prosperano fuori dai confini nazionali?

Ho iniziato ad incontrare queste storie nella prima redazione che mi ha accolto nella Locride. Ci sono arrivata perché volevo poter conoscere da vicino il contesto in cui era nato uno degli omicidi politici che hanno portato nuova attenzione sulla ‘ndrangheta a livello nazionale, l’assassinio davanti al seggio delle primarie del PD del vicepresidente della Regione Calabria Francesco Fortugno a Locri.

Era il 2012 e proprio in quegli anni Vito Rizzuto, dopo il tradimento subito dal suo braccio destro Raynald Desjardins (uno dei più fidati luogotenenti del boss siciliano, considerato l’ufficiale di raccordo tra la mafia italo-americana e la gang degli Hell’s Angels di Maurice Boucher e uno dei non-italiani più importanti nello scenario criminale canadese), esce di prigione ed è pronto a scatenare la sua vendetta riprendendo il pieno controllo di Montreal. Si susseguono quindi le notizie di attentati ed uccisioni Oltreoceano che coinvolgono alcuni dei protagonisti delle pagine di questo libro e che svelano un intreccio tra le famiglie della Locride e quelle che governano il Québec. Ciò che accade dall’altro lato del mondo ha un collegamento diretto con il riassetto degli equilibri in Italia, e questo è un dato di fatto che non si può ignorare.

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